Arte?
Arte agliesordidelterzomillennio?
Produzione seriale e massificata di opere. Riproduzione infinita di copie.
Immagine prefabbricata, finalizzata, desacralizzata. Il vedere, il sentire, il ciò-che-attiene-all’anima si fa economia. L’immagine è prostituita. Orridamente e chiassosamente addobbata seduce il disperato soggetto. Ma non vende più amore. Solo svelate illusioni.
È lì: nuda, ornata, pesante, leggera, barocca, kitch, classica, romantica, trasgressiva, volgare… pronta pertuttiigusti nel vicolo buio delle battone, nelle accattivanti vetrine dei consumi, negli idioti schermi del potere.
L’interrogativo prende forma nella mente: è possibile ancora…
Violare?
Il linguaggio artistico prende coscienza della sua impossibilità di dire, significare, le cose del mondo e si scopre come artificio: l’immagine si apre ad una molteplicità di sensi possibili e la cosa che traccia perde la sua unicità: non è mai uguale a se stessa. La realtà sfugge a qualsiasi tentativo di cattura nel disegno e si mostra frammentaria, imprevedibile, soggetta a continui mutamenti…
Allora… l’Arte, come immagine riprodotta attraverso segni pittorici, come potrà ancora segnare, imprimere il mondo? Che posizione può ancora occupare nell’esistenza di ognuno di noi?
Violare…
E in principio fu l’Arte come tremendo atto di violenza.
Per capire la deriva in cui versa oggi l’arte, occorre risalire alle sue origini.
Occorre fare una Artogonia.
Come è nata l’arte? I meravigliosi graffiti delle caverne di quale evento o consapevolezza sono testimonianza?
Si scorge l’atavico e rude uomo primitivo - tanto ripudiato e deriso dal serio e impegnato homo modernicus proiectus suis in ratio - che, preso dall’inseguimento di un bufalo o implicato in una azione di guerriglia all’ultimo sangue, scopre, come illuminato da una divina saetta, l’alternativa a tanta fatica: l’Arte.
E così, attraverso la riproduzione grafica della realtà, l’uomo esperisce la propria potenza creatrice: plasmare la materia, padroneggiare gli eventi, trasformare i molteplici corpi violando le leggi della natura e della necessità… con un semplice actus, atto.
Violare…
… se l’arte sorge come atto di violazione, occorre chiedersi: che cos’è quest’atto che viola? O meglio. Cosa significa violare?
L’etimologia della parola risale a vis: forza, violenza. Dunque l’arte come violenza. Ma qual è questa violenza che il semplice gesto di solcare la materia sprigiona? Di che cosa, ancora una volta, fa esperienza l’uomo primitivo nel graffiare le pareti della sua caverna?
Un semplice gesto scopre l’atto di creazione come tremendo artificio sospeso nel vuoto. Ma l’azione artificiale è immediatamente potenza svelatrice: è decodificazione e smembramento delle forme del reale. Forza che plasma la materia e la conduce oltre i limiti della materialità.
Si tratta dunque di tradire la norma, deviare l’esistenza, violare le forme costituite, superare se stessi in direzione dell’in(de)finito.
Questa la consapevolezza primitiva. No, dico… PRI-MI-TI-VA!
Ma che fine ha fatto? In quale cunicolo o viuzza o palafitta l’uomo l’ha smarrita? Perché la fugge?
Paura. Terrore. Bisogno di sicurezza. Controllo, dominio.
Recluso nella prigione di se stesso, rimane sepolto dalle sue stesse logiche, leggi e divieti: candide asettiche fasce di cui si avvolge per rendersi immune alla Malattia. È terrorizzato, le gambe tremano, il viso si contorce in strambe smorfie. È diventato una mummia. E puzza di vecchio.
E la vita? L’arte?
L’arte e la vita sono asservite alla logica strumentale. L’arte è diventata il luogo privilegiato destinato a racchiudere l’accadere entro lo spazio rappresentativo: nomina, classifica e determina le cose, secondo quella furbesca verità di esse mediata dal pensiero razionale.
Ma la potenza eccede la volontà.
E nascono le avanguardie e la cosiddetta arte contemporanea: è l’arte che viola se stessa. Distrugge l’idea di sé. Riduce le sue rigide frontiere, sbassa le altezze immaginarie e si rimette alla mercè dell’uomo. Si umilia e subordina al supremo movimento: la vita.
E continua la violazione, la deviazione: l’arte svia dai limiti dello spazio rappresentativo in cui era stata chiusa e cristallizzata, e… deborda: oltrepassa i confini del disegno e i limiti dell’immagine figurativa. Giunge all’idea: si fa taglio e squarcio. Svela il limite della tela come spazio del visibile che esclude il movimento. Riapre la tela al fuori, porta in scena l’osceno. In ciò (l’arte) ritorna ad essere potenza che agisce sui corpi: l’oggetto è allontanato dal suo essere oggettivo e individuale; è riaperto alla sua potenza d’azione, alla sua infinita possibilità d’essere al plurale.
E, con parzialità e discrezione, (l’arte) riconosce il proprio limite - l’impossibilità di racchiudere la complessità in un organismo chiuso e definito: qualcosa sfugge sempre al controllo! e, violando se stessa, si pone sulla soglia di questo limite, senza mai cessare di confrontarsi con ciò che differisce.
Violare.
Violare come perversione, dunque, attuata nello spazio di libertà dell’arte, non è trasgressione intesa come contropotere; bensì eversione-evasione perenne dalla pesantezza di una soggettività che inibisce il movimento vitale dell’esistenza e tenta di escludere tutto ciò che sfugge alla cattura.
La pittura contemporanea è abitata da lampi, scintillii, oltre il volto, oltre la parola, nell’enunciazione. L’arte diviene enunciazione: senso prodotto sensualmente. E questa enunciazione è attuata sulla propria pelle, a partire dai movimenti del proprio corpo.
Violare. Vedere l’arte con l’ottica della vita
Il filosofo delle tragiche verità crudelmente rivela: solo come fenomeni estetici l’esistenza e il mondo sono eternamente giustificati.
Violare lo spazio di pittura, debordare infatti! - necessariamente implica sfondare nell’esistenza: l’arte diviene una pratica esistenziale. Il piano d’immanenza in cui l’essere si espropria della propria soggettività e si trascina oltre la sua identità. L’arte è eccedenza, ulteriorità: nell’atto che viola, l’ordine costituito è sconvolto. Si introduce una frattura. Una deviazione dal percorso prestabilito.
E l’essere - che perdura questo spazio aperto - nell’arte si esprime come vita nel mentre vive: diviene un dolce frattempo fra ciò da cui proviene e l’orizzonte verso il quale tende; una soglia sospesa in cui passa vita ai margini del mondo di potere e in cui si attua un sottile e impercettibile slittamento che perverte l’immagine del mondo.
Violare ancora. La vita come opera d’arte.
Oggi l’arte non può che porsi come un modo d’essere. Lo stile di chi desidera mettersi in gioco continuamente perché consapevole di poter essere solo se diviene. Solo se esperisce della sua infinita potenza d’essere continuamente altro. Arte come sapore di vita, nel soffocamento della banalità del già dato. Arte come meraviglioso luogo di attraversamento, campo di sperimentazione infinita, senza mai essere nessuno ma essendo sempre e ovunque al singolare. Divenire così sottili, impercettibili, da cogliere tutto l’incanto, la bellezza, il ridicolo, l’assurdo, la fragilità dell’esistenza.
L’Arte è ancora una volta resistenza. Ma questa volta in quanto richiesta di trasformare il mondo nell’immagine dei propri desideri e vivere del proprio godimento, così, delicatamente, ai margini, tentando di condividere un’emozione.
Arte come violare consiste, dunque, nel aprire nella materia uno spazio di possibilità ulteriore, dove la materia, fuori dalla forma, lascia trapelare il molteplice, e quindi la sua infinita determinazione plurale.
Si segna in preda al delirio di ciò che, attraverso il tratto della mano, vuole illuminarsi di fuoco, bagnandosi di sangue.
Il tratto della pittura non è un di-mostrare la verità delle cose, ma un condurre le stesse oltre il visibile. Nella visione. Meglio… nella visibilità.
Violare. Elaborazione del lutto, sbeffeggiando una (impossibile) conclusione
Violare è estasi dionisiaca: follia vitalistica e creatrice che ignora e sdrammatizza il dolore dell’esserci, espressione dell’ontologica intolleranza umana alla staticità, alla morte. E nell’epoca dell’angoscia, in cui l’uomo ha perso insieme la sua verità trascendente (Dio) e la sua verità interiore (il soggetto), l’essere vive come potenza che si dà nel divenire: si dà come differenza che si autoproduce, incessantemente, nella libertà.
Violare è invito a: partecipazione immediata alla vita. Istinto.
L’uomo si presenta danzando e ballando come membro di un’unità superiore: ha disimparato a camminare e a parlare ed è in procinto di liberarsi nell’aria. I suoi gesti rivelano l’incantesimo. Ora che gli animali parlano e la Terra dà latte e miele, anche in lui si manifesta qualcosa di soprannaturale: egli si sente come Dio, si libra estatico ed esaltato, così come in sogno vedeva muoversi gli dèi.
Violare è morte. Morte dell’odio contro il mondo. Morte della maledizione delle passioni. Morte della paura della bellezza. Morte della paura della sensualità. Violare è vita.